L’ego della solitudine. L’adolescenza come eterna battaglia.

iHeart - Nobody likes me

A quindici anni la morte è una cosa sconosciuta, quasi quanto la vita. A quindici anni non c’è spazio per la consapevolezza dell’essere; solo la necessità di sentirsi più grandi di quello che si è, alla ricerca di un eroismo che muore nell’amico più prossimo, ma che sopravvive e si alimenta con una risonanza enorme nel mondo virtuale dei social network.

È sempre la ricerca dell’affermazione, dell’adulazione che solletica l’ego umano, che a prescindere dall’età, costituisce quasi sempre la causa di comportamenti irrazionali, violenti o ripetitivi. L’ego della solitudine: quell’unica consapevolezza di dover cercare costantemente e a tutti i costi il riconoscimento della propria identità nell’apprezzamento degli altri.

Tuttavia si tratta della cosa più naturale al mondo; fa parte dell’evoluzione della nostra psiche ed è un comportamento quasi necessario nella formazione adolescenziale dell’essere umano. Purtroppo però, questo è anche il periodo in cui ancora non si hanno le misure di ciò che è, e di ciò che non è; di quello che si può, e non si può. E non perché ci siano delle regole non scritte che aspettano solo di essere sovvertite, ma perché è nella natura umana trovare prima o poi degli equilibri che sono spesso il riflesso degli equilibri interiori di chi li ricerca. E che sopraggiungono (quasi) sempre con la matura età. Insomma, se il mondo fosse governato da quindicenni l’umanità si sarebbe estinta nel giro di un anno.

Eppure, essere adolescenti oggi significa affrontare una sfida impari: i ragazzi sono costantemente manipolati e sottoposti a stress cognitivi e comportamentali che spesso e volentieri li costringono a cimentarsi in una lotta costante per non essere esclusi o emarginati. A dire il vero, questa lotta la affrontano anche gli adulti, poiché nessuno vuole sentirsi così. Ma a quindici anni, esserlo è come morire; a quaranta, male che ti va, sei depresso.

Chissà se Andrea e Igor, nonostante la loro giovane età, hanno mai avuto la percezione di ciò che stavano facendo. Chissà se a scuola hanno volutamente o inconsciamente ignorato quella legge fisica per la quale ad ogni azione corrisponde una reazione. Perché anche se lo scoprire fino a dove arrivino queste reazioni è sì parte della nostra innata curiosità, che solitamente spinge l’uomo a conquiste spesso di portata globale, il farlo sulla propria pelle corrisponde ad un capovolgimento totale della prospettiva delle cose. Alimenta una distorsione della realtà che è contagiosa come un virus e che viaggia sui binari virtuali dei social senza più possibilità di recupero.

Andrea non ha visto il buco di quaranta metri perché era troppo buio. Igor, il buio, l’ha voluto sbirciare contando sulla sicurezza di poter tornare indietro. Alla fine l’abisso ha inghiottito tutti e due, e nessuno dei loro coetanei ha saputo alzare la mano, come si fa in classe, per interrompere questa tragica lezione di vita. Per dire ad alta voce che non c’è bisogno di sperimentarla sulla propria pelle. Che anche se adolescenti, si sanno rispettare e riconoscere i confini della stupidità e della vita.

A pensarci bene, a quindici anni si è fortunati a rimanere vivi, dopo tutto.
Poco male, però: la gloria, di questi tempi, può durare anche 24 ore. Giusto il tempo di una storia su Instagram.

Immagine in copertina: iHeart – Nobody likes me.