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25 Aprile, tu lasciami morire

Il 25 Aprile 1945 finiva una guerra, ma ne cominciava subito un’altra: quella civile, dove cadde il silenzio di Stato che perdura ancora in gran parte nella memoria dell’Italia e degli italiani. Ad ogni modo, al contrario di quanto l’ANPI nazionale si ostina a farci credere, oggi non è propriamente la giornata della resistenza, che ebbe sì, parte attiva durante la liberazione dal nazi-fascismo, ma di fatto assunse un ruolo marginale nel suo effettivo compimento. I partigiani, piuttosto, giocarono un ruolo primario in quel bagno di sangue che fu l’Italia nell’immediato dopo guerra: italiani contro italiani, massacrati, torturati, uccisi come bestie. Erano anni di disprezzo per tutto ciò che fosse italiano o, in un certo qual senso, riconducibile all’essere fascisti, simpatizzanti, o solamente povera gente ritrovatasi nel bel mezzo di un secolo orrendo. Senza contare l’obiettivo principe fin troppo mal celato dal PCI di Togliatti: fare dell’Italia un satellite dell’URSS.

C’è tuttavia da considerare un fatto, intelligentemente sottolineato in una lettera aperta di Paolo Pisanò, fratello del giornalista e saggista Giorgio Pisanò, al direttore del “Il Giornale” Alessandro Sallusti in merito alla riedizione della Storia della Guerra civile: l’Italia è l’unico paese con una festività dedicata alla liberazione. Scrive infatti Pisanò: «L’odierna democraticissima Germania, infatti, non festeggia la «liberazione dal nazismo» il 29 aprile, il 7 maggio e l’8 maggio, giorni della sua capitolazione sui tre fronti europei Sud, Ovest, Est. L’odierno democraticissimo Giappone non festeggia la «liberazione dal militarismo» il 2 settembre, giorno della sua resa a Tokyo.

L’odierna democraticissima Francia non festeggia la liberazione di Parigi dal «tedesco invasore» il 25 agosto, pur avendone tutto il diritto perché i tedeschi in Francia erano dei veri occupanti e il governo in esilio presieduto a Londra dal generale De Gaulle poteva legittimamente rappresentare la Repubblica francese indomita davanti a quelli. Mentre il governo Laval con il maresciallo Pétain (al pari del governo Badoglio con Casa Savoia in Italia dopo l’8 settembre 1943) era un’entità sotto costrizione e collaborazionista con l’invasore, tanto da gestire direttamente, in nome e per conto di quest’ultimo, l’orrenda retata di ebrei concentrati al Velodromo d’inverno di Parigi il 16 e 17 luglio 1942.

L’odierna democraticissima Spagna non festeggia il primo aprile la vittoria della «crociata contro i senza Dio» nella sua Guerra civile (17 luglio 1936–1 aprile 1939) ma neppure, il 20 novembre, la «liberazione dal franchismo» (morte di Francisco Franco, 4.12.1892–20.11.1975). Conserva invece, molto civilmente, sulla Sierra di Guadarrama, l’imponente Valle de Los Caídos (saggiamente depoliticizzato per legge dal 2007) dove i vincitori avevano riunito, fin dal 1940, gli uni accanto agli altri, i resti di 33.872 caduti di tutte le parti in lotta (anche volontari italiani fascisti e antifascisti) raccolti su tutti i fronti della carneficina (300mila morti).

Gli odierni democraticissimi Stati Uniti d’America non festeggiano il 9 maggio la «liberazione dalla schiavitù», ovvero la fine della loro Guerra civile (12 aprile 1861–9 maggio 1865): 1.030.000 vittime. Celebrano, invece, il Memorial Day ogni ultimo lunedì di maggio, giorno dedicato alla commemorazione di tutti gli americani caduti nella storia militare Usa, confederati inclusi. Gli Stati Uniti ebbero la forza morale di fare questo passo avanti dopo la prima guerra mondiale, ossia dopo che per oltre mezzo secolo il Memorial Day era stato dedicato solo ai caduti unionisti.»

Il 25 Aprile è di fatto un giorno da ricordare con l’amaro in bocca. E forse, da lasciare una volta per tutte agli storici.

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