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Debora Serracchiani ha maledettamente ragione

La folle schizofrenia che attanaglia ormai le viscere della sinistra italiana e del suo esercito di “buonisti” sparsi per il web, ha dato un’ulteriore prova della sua pericolosità per il popolo italiano e, prima ancora, per il semplice buon senso. Tutto parte da questa dichiarazione della Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia sui fatti della minore violentata a Trieste.

“La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese. In casi come questi riesco a capire il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi. Sono convinta che l’obbligo dell’accoglienza umanitaria non possa essere disgiunto da un altrettanto obbligatorio senso di giustizia, da esercitare contro chi rompe un patto di accoglienza. Per quanto mi riguarda, gesti come questo devono prevedere l’espulsione dal nostro paese, ovviamente dopo assolta la pena. Se c’è un problema di legislazione carente in merito bisogna rimediare”.

Apriti cielo. Immediatamente la macchina sputa fango degli internettari è andata a regime, colando una valanga di insulti contro la deputata PD. Il caso è poi arrivato immediatamente sui media nazionali, tanto che repubblica.it ci apre quest’oggi la home page:

La home page di repubblica.it del 12 Maggio 2017 sulla vicenda di Debora Serracchiani

Nel PD si avvertono mormorii, rumori e qualche vetro rotto. Debora Serracchiani si è permessa di pensare qualcosa completamente avulso dalla retorica del politicamente corretto. Da condannare, e subito. E difatti, ecco che il salvatore dei diritti Roberto Saviano da immediatamente la sua sentenza:

Siamo allo sbando più completo. Il reparto psichiatria di qualsiasi ospedale dimostrerebbe più senso logico. Dunque, per non fare torto a nessuno, incominciamo ad elencare i punti per i quali Debora Serracchiani, invece, ha stramaledettamente ragione.

Punto primo

Qualsiasi reato va considerato tale a prescindere da chi lo commette. Su questo non ci piove. Solo che, da un punto di vista legislativo, bisogna sempre tenere in considerazione le eventuali aggravanti, le quali spesso portano ad un’inasprimento della pena.

Punto secondo

Se il reato viene commesso da un immigrato irregolare o, più in generale, da una persona che ha una situazione di non idoneità alla permanenza sul territorio italiano, oppure da un richiedente asilo il quale si trova in un’ovvia condizione di temporanea accoglienza, è sicuramente, se non altro da un punto di vista morale, considerabile come aggravante.

Questo perché il soggetto in questione si inquadra automaticamente in una struttura di diritti e doveri che prescindono obbligatoriamente in primis dalle leggi del paese che la accoglie, ed in secundis dalle sue tradizioni, usi e costumi. Si va a fondare quindi ciò che dice la Serracchiani, cioè quel patto di fiducia per il quale la nazione che da accoglienza si impegna a dare la possibilità di una vita migliore, a patto che la persona richiedente si impegni a rispettarne le leggi e abbia una condotta rispettosa. Quindi, se un richiedente asilo stupra un’italiana, l’aggravante c’è e come.

Punto terzo

Facciamo un esempio: un vostro amico vi chiama al telefono dicendovi di avere bisogno di dormire da voi per un po’ perché la sua casa è andata a fuoco. Mossi da empatia, o più semplicemente da senso solidale o di amicizia, gli offrite conforto e accoglienza. Poi una sera tornate a casa e scoprite che questo “amico” vi ha rubato tutto l’oro; oppure che ha violentato vostra figlia. Come vi sentireste?

Ecco: la legge deve seguire il suo corso e lo deve fare, giustamente, senza distinzioni di genere. Ma la morale pubblica, il senso civico e del buon senso, a volte vanno a determinare un aspetto altrettanto fondamentale del reato, perché motivate da componenti emozionali e razionali che non sempre vengono contemplate dall’ordinamento giuridico. Dunque la considerazione di Debora Serracchiani non può essere minimamente tacciata né di razzismo, né ritenuta discriminatoria, poiché mette in luce un dettaglio che è importante sottolineare e che costituisce fonte di ulteriore dolore.

Punto.

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