in Scrittura

Scrivere un romanzo

Scrivere un romanzo è cosa ardua se non si conosce bene, e a fondo, il vuoto che si ha dentro. Molto spesso, infatti, l’errore più comune è quello di pensare che lo scrittore abbia le idee ben chiare su cosa vuole scrivere sin dalle prime battute. Che una volta decisa la trama, vada avanti come un treno fermandosi qua e la, giusto il tempo di capire come mettere per iscritto un determinato pensiero o una determinata forma. La verità è che il più delle volte non è affatto così. Quello che la mente affanna a racimolare sono le idee, i pensieri. Li cerca bramandoli ossessivamente, sviscerando ogni loro singolo aspetto, risonanza e cadenza. Li consuma fino a renderli polvere, per poi inevitabilmente gettarseli alle spalle e ricominciare daccapo.

È un animale feroce dopo tutto. Spietato direi; la cui unica fonte di sostentamento è l’idea iniziale, l’incipit. La forma dell’Uno. Quell’unica cosa che si tramuta subito in tarlo, e che scava dentro fino a quando la sostanza non prende forma e la realtà si quantifica e determina.
È l’evento: una scheggia d’episodio, un frammento di dialogo. Uno sguardo sfuggente. È il dettaglio che si aggrappa con le sue tenaglie alle sinapsi dello scrittore e non le lascia finché non gli è stato dato sufficiente spazio per potersi riprodurre. Espandersi come una metastasi che imperativamente chiede sempre di più. Sempre più parole, sempre più spazi. E va fatta respirare con le virgole giuste, e frenata con i punti e virgola adatti. Temporaneamente fermata, con dei punti minuscoli ma decisi.

Eppure il processo di formazione di un romanzo, o di un racconto, è un percorso disseminato di ostacoli, dove solo la fede nel proprio Incipit è la torcia che può fare luce nei meandri della psiche. Così che prima di mettersi testa china a battere sui tasti del proprio portatile, bisogna affrontare una lucida analisi: ne vale la pena?
Ecco, uno degli errori che molti scrittori compiono è quello di non porsi delle domande. D’altronde comprendo che sia cosa non facile, poiché presuppone la capacità di scrollarsi di dosso tutti quei vincoli che sono propri di chi, per diletto o professione, sente il bisogno di scrivere. Una delle capacità più apprezzate, infatti, è quella di saper giudicare le proprie idee, che costituiranno traccia della storia a venire, con il più lucido giudizio, senza essere avvezzi all’auto celebrazione o alla dissimulazione dei nostri intenti.

Solo quando lo scrittore sarà pienamente consapevole di aver dato solo una delle infinite forme possibili alla propria idea iniziale, e lo accetterà così come si deve accettare che la Terra giri attorno al Sole, solo allora si potrà iniziare a buttare completamente tutto e cominciare a scrivere.
Esatto: gettare via il proprio Incipit significa non dargli la possibilità di esercitare la sua egemonia sulle terre destinate alla storia a venire. A volte può diventare un attore scomodo, al quale bisogna fare sempre riferimento ma non bisogna mai dare troppa importanza. Così la storia potrà iniziare a camminare illuminata dalla luce proiettata da esso, tenendoselo sempre alle spalle e mai davanti, altrimenti il percorso non potrà mai compiere traiettorie proprie, ma sempre e comunque deviate e condizionate dall’idea iniziale.

La storia di Rotten

Scrivere Rotten non è stato affatto facile. Non solo perché di fatto il primo tentativo di cimentarmi con la stesura di un romanzo, ma soprattutto per i temi trattati. Affrontare in maniera così esplicita, e del tutto senza freni, la tematica dello stupro e della droga, si è rivelato essere un viaggio attraverso i lati più oscuri della psiche, scindendo la mia personale capacità di immaginazione in più parti, ognuna finita dritta dentro ogni personaggio narrato nella storia. Tuttavia, ritengo di assoluta importanza precisare che lo stile adottato per la narrazione, e l’esplicita descrizione di alcune scene, sono da considerarsi come parte fondamentale e costituente della mia personale visione ed approccio alla scrittura.

Credo infatti che lo scrittore abbia il compito, oltre che la responsabilità, di presentare al lettore non solo la descrizione temporale degli eventi, ma anche e soprattutto il loro riflesso emotivo. Chi scrive non deve solo raccontare una storia, ma farla vivere; catapultarci dentro chi legge per poi condurlo fino alla porta d’uscita che, il più delle volte, coincide con il finale della storia. Coloro che si limitano a narrare sono dei vigliacchi, e farebbero bene a diventare (se già non lo fossero) dei giornalisti. Oggi questi ruoli sembrano infatti essersi invertiti: sempre più giornalisti comunicano i fatti con un apporto emotivo personale alla storia, e sempre meno scrittori ci fanno entrare nei personaggi dei loro romanzi. Sebbene io possa facilmente comprendere come ognuno adotti il propio stile e modo di narrare, non posso tuttavia accettare che questo si limiti semplicemente alla mera esposizione di una storia e dei propri attori.

Il lettore non è in democrazia. È vincolato allo scrittore. Lo fa con le mani legate, e questo presuppone l’affidarsi ciecamente alle parole di chi scrive. Perché leggere un romanzo non è nient’altro che questo: un abbandonarsi anima e corpo alle parole. Lasciarsi andare nella consapevolezza di vivere, nel bene e nel male, empaticamente le vite altrui.

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