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Trumpocracy #01: Il Muslim ban

Una prefazione (dovuta)

Non è andata proprio giù ai democratici di tutto il mondo la nuova presidenza Trump alla Casa Bianca. Se non altro, perché per la prima volta qualcuno sta facendo esattamente quanto promesso in campagna elettorale. Abituati come siamo a votare per l’uno o l’altro candidato, facendo bene attenzione a filtrare e ridurre l’impatto delle argomentazioni, tentando sempre e comunque di individuare colui che, alla fine dei conti, si dimostrerà il “minor male possibile”. Del resto, quando mai in politica siamo testimoni di coerenza ed onestà, soprattutto intellettuale? Raramente. Anzi, possiamo dire mai. Ed è infatti proprio questo il punto: Donald Trump non è affatto un politico. Si vede e si sapeva. Eppure, il tycoon americano ha spazzato via in neanche due settimane otto anni di fallimentare politica targata Obama, e sta tirando dritto come un rullo compressore.

A prescindere infatti dalle considerazioni squisitamente politico-stategiche che questa nuova presidenza potrà (ri)valere sul contesto statunitense, l’isteria collettiva che ha colpito dapprima i media internazionali all’indomani della sua elezione per aver clamorosamente bucato la previsione, e che ora affligge intere masse di giovani democratici in tutto i mondo, non ha solamente confermato l’indottrinamento del “politicamente corretto” che ormai permea ogni singolo aspetto della vita sociale dell’Occidente, ma anche la totale perdita di obiettività politica e di capacità di riconoscimento delle condizioni e mutazioni dei vari contesti storici.

Non passa giorno infatti senza che schiere di celebrità si adoperino per aizzare le folle alla rivolta; multinazionali che manifestano orgogliosamente le loro origini “di immigrati”; contestatori, virtuali e non, che letteralmente si augurano l’assassinio del nuovo presidente USA. Tutti fieri del loro mondo globalizzato e meticcio. Un circo nel quale, proprio in questi giorni, possiamo ammirare le più belle acrobazie intellettuali, logiche e discriminatorie che il mondo ex radical-chic, democratico e progressista occidentale sta tirando fuori dal proprio cilindro bucato.

Il Muslim Ban

Il Muslim Ban non è un Muslim Ban.
Si tratta piuttosto di un dispositivo di sicurezza che sospende l’ingresso negli Stati Uniti, per un periodo di novanta giorni, alle persone provenienti da una lista di paesi considerati ad alto rischio di infiltrazione terroristica, o comunque collegati a reti di terrorismo internazionale. Per meglio intenderci, elenchiamo innanzitutto quali sono le nazioni interessate: Iran, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Somalia e Yemen.

Questa invece è l’elenco dei paesi a maggiore diffusione islamica nel mondo:

Fonte: Pew Research Center -http://www.pewforum.org/2015/04/02/muslims/pf_15-04-02_projectionstables74/

Volendo analizzare anche solo i primi cinque paesi, non un solo mussulmano di questi verrebbe interessato dall’ordine esecutivo. Di fatto questo sta a significare che l’ipotesi di una discriminante religiosa è da escludere. Inoltre, cosa forse poco nota ai più, l’elenco dei paesi coinvolti dal dispositivo si basa su uno studio redatto, pensate un po’, proprio dalla ex amministrazione Obama, a cui fece seguito il Visa Waiver Program Improvement and Terrorist Travel Prevention Act, firmato dall’ex presidente degli Stati Uniti nel dicembre 2015, la cui funzione fu prevalentemente quella di aumentare il numero di controlli e di fatto bloccare l’ingresso negli Stati Uniti per un periodo di sei mesi (ben il doppio di quello firmato da Trump, di soli tre) a tutti i richiedenti il visto che negli ultimi cinque anni avessero visitato l’Iran, la Siria, il Sudan o l’Iraq. Successivamente, nel febbraio 2016, la stessa amministrazione Obama aggiunse alla lista anche la Libia, la Somalia e lo Yemen.

Sebbene inizialmente criticato dall’American Civil Liberties Union e dal NIAC Action, il Visa Waiver Program Improvement and Terrorist Travel Prevention Act passò definitivamente al vaglio del Congresso senza intoppi.

Insomma, Donald Trump non si è inventato un bel niente.

La memoria è quella dei media, non la vostra.

Non mi risulta che mai nessuno abbia protestato contro il Visa Waiver Program Improvement, né tantomeno si sia mai indignato o sceso in piazza durante le centomila bombe sganciate al giorno dell’amministrazione Obama.

Se la memoria non m’inganna, non credo neanche che alcuna guerra civile sia mai scoppiata dopo che Wikileaks fece trapelare i contenuti di alcune mail di Hillary Clinton nelle quali emergevano dettagli inquietanti su possibili traffici di armi tra gli Stati Uniti e i gruppi jihadisti in Libia, incluso l’ISIS.

Infine nessuno, ma proprio nessuno, ha mai alzato la voce quando la solita amministrazione Obama finanziò l’Arabia Saudita con l’invio di armamenti e munizioni per un valore complessivo di un miliardo di dollari. Materiale che con molta probabilità fu utilizzato dalle forze di Riyad per alimentare il massacro di oltre 6000 civili yemeniti durante gli scontri tra le forze governative ed i ribelli Houthi.

Chi mai farebbe una cosa del genere?

Diciamocelo francamente: porre delle restrizioni all’ingresso di cittadini di altre nazioni sul proprio territorio, di questi tempi, non e moralmente accettabile. Chi mai farebbe una cosa del genere?

Mah, ad esempio i paesi elencati qui sotto, che impediscono l’ingresso a qualunque cittadino di Israele a causa semplicemente del fatto di essere ebreo.

03Source: https://en.wikipedia.org/wiki/Israeli_passportOppure la stessa Arabia Saudita, che nella città di Mina ha a disposizione un’enorme struttura di ben 100.000 tende da campo dotate di aria condizionata. Un’impianto che viene utilizzato solamente cinque giorni l’anno ma che tuttavia, fa sapere il governo Saudita, non accoglierà nemmeno un profugo siriano (cosa che sarebbe alquanto comoda, sia da un punto di vista logistico che geografico).

Un attacco forzato

È evidente come gli attacchi all’amministrazione Trump non siano solamente fondati su un’isteria collettiva di massa che affonda le proprie radici in una discutibile e lacunosa conoscenza storica e politica, ma sono soprattutto il risultato di un lungo ed affannoso programma di indottrinamento al “politicamente corretto”, coadiuvato dalla svalutazione dei valori cardine delle società occidentali come la famiglia e l’identità sacra delle nazioni. Concetti che sono stati minati dal profondo, la cui decostruzione ha spianato la strada al culto della spersonalizzazione, del mondo globalizzato; del “siamo tutti uguali”.

Donal Trump è figlio della più cinica mentalità capitalista americana, su questo non c’è dubbio. E francamente dubito che sia consapevole e custode dei valori sopra citati. Tuttavia, il suo pragmatismo sta riuscendo laddove i grandi discorsi dei democratici hanno fallito.

Ne è un esempio questo stralcio del discorso di Bill Clinton durante il suo insediamento alla Casa bianca nel 1995.

Risultato? Standing Ovation.

Peccato che queste parole siano pressoché identiche a quanto detto e promosso da Trump sia prima che dopo la sua elezione. Politicamente agli antipodi, i due presidenti si sono espressi in maniera simile sul tema dell’immigrazione, ma le reazioni, a distanza di vent’anni, sono state inequivocabilmente differenti.

Come sempre, e come siamo abituati, nel nome della democrazia progressista a senso unico.

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